Boxe popolare, la politica sale sul ring

Boxe popolare 1 - © Massimiliano Palumbo

Boxe popolare 1 – © Massimiliano Palumbo

Testo e foto di Massimiliano Palumbo

Il silenzio dell’atrio mente sul frastuono all’interno della palestra. E’ buio fuori dallo stadio San Vito. Davanti la curva Nord c’è solo la luce di un limpido cielo dicembrino. Poi, alla fine di un lungo corridoio, la scritta «non un passo indietro» annuncia il clima che si respirerà varcata la porta della Boxe popolare. «Perché noi non siamo una associazione sportiva come tutte le altre, quello che ci caratterizza è il percorso politico e ideologico», spiega Gianfranco Tallarico, tecnico e fondatore della palestra. Un percorso nato alla fine degli anni ’90 e che dura tutt’ora «grazie al sostegno di tutti quelli che hanno creduto nel nostro progetto». Gianfranco precisa: «Fuori da questa porta non c’è solo “non un passo indietro”, ma c’è anche un’altra targa: “Questa palestra ripudia ogni forma di fascismo e di razzismo”». Le radici affondano qui, «perché lo dice la nostra Costituzione. Perché questo è il fondamento di ogni società civile».

Boxe popolare 2 - © Massimiliano Palumbo

Boxe popolare 2 – © Massimiliano Palumbo

Quando si apre la porta della Boxe popolare, il mondo esterno lo si lascia alle spalle. E’ così già dai suoni e dai rumori che si avvertono. Il silenzio del San Vito è rotto dai colpi che affondano sui sacchi e dal fischio della corda che gira veloce intorno agli atleti. Il tempo è scandito dalla sirena del conta round che suona inesorabilmente ad intervalli regolari, mentre Gianfranco, insieme agli altri allenatori, guida i suoi ragazzi: «Giù con quelle ginocchia, muoviti meglio sulle gambe. Mantieni la guardia». In qualche modo sembra di rivedere le scene di Million dollar baby di Clint Eastwood: «Gli insegni come stare in piedi, come tenere allineate gambe e spalle… gli fai vedere come stare in equilibrio e come farlo perdere all’avversario». Ed è dai racconti di Gianfranco che si coglie un aspetto. La Boxe popolare non è un luogo dove impari a boxare per essere violento. Lì impari ad avere consapevolezza di te stesso e del tuo corpo. La boxe, in questo senso, diventa una filosofia di vita. «L’associazione sportiva Boxe popolare – racconta il tecnico – ha avuto un percorso a ostacoli. Non abbiamo magnati, non magnamo e non facciamo magnare gli altri».

Boxe popolare 3 - © Massimiliano Palumbo

Boxe popolare 3 – © Massimiliano Palumbo

Le attività della palestra cominciano nel 1999, quando Gianfranco Tallarico rientra da Roma: «Ho cominciato a fare boxe nei primi anni ’90 in una palestra romana. Una volta ritornato a Cosenza ho deciso di continuare e dal ’99 ho cominciato a lavorare a questo progetto». «Ma non ero solo, perché questa idea è maturata da un gruppo di giovani del C.S.A. Gramna e della curva sud dello stadio San Vito. Il posto da cui siamo partiti era allucinante: un ex orfanotrofio abbandonato pieno di eternit. Le docce erano ricavate dai bagni alla turca, non c’erano sacchi, non c’erano specchi, non c’era l’energia elettrica. Non avevamo niente».

Boxe popolare 4 - © Massimiliano Palumbo

Boxe popolare 4 – © Massimiliano Palumbo

E per sgombrare il campo dai personalismi, Gianfranco precisa: «Non ho fatto nulla da solo. Il merito è di quelli che hanno sostenuto il progetto di cui la palestra popolare era parte. Si faceva musica, teatro, si organizzavano assemblee su temi importanti. E’ stata la sede del forum sulle politiche giovanili all’epoca in cui era sindaco Eva Catizone. Era uno strumento di democrazia diretta e dal basso, non come oggi in cui a decidere è solo il sindaco. Con la Catizone abbiamo avuto un dialogo aperto e sincero senza fini elettorali. Non ci ha mai chiesto nulla e non abbiamo mai fatto nulla. Noi siamo astensionisti. La palestra è rimasta in piedi nonostante l’ondata repressiva dell’inchiesta no global che ci ha visto tutti assolti in tutti i gradi di giudizio».

Ed è proprio per questo passato che l’associazione sportiva Boxe popolare rivendica la sua unicità: «Noi non siamo un’associazione sportiva come tutte le altre. Mentre Giacomo Mancini riconosceva il nostro percorso, oggi invece c’è una sorta di azzeramento ideologico di tutto. La scusa è sempre la stessa: mancano i soldi, c’è il dissesto eccetera. Ma allora vorrei capire perché – si chiede Gianfranco – il Cosenza Calcio che non è una associazione sportiva dilettantistica, non è una associazione di volontariato, ma una Srl, deve essere considerato come rappresentativo della città. Non ci sto. Se si azzera il nostro percorso, allora devono essere azzerati anche gli altri. Noi, a differenza di una Srl, offriamo servizi gratuiti a chi ha problemi economici e di salute». Non è una questione economica, perché al «Comune di Cosenza non chiediamo soldi. Però vorremmo essere ascoltati. Quando abbiamo presentato progetti da sviluppare con le scuole, col carcere, o con le case famiglia, non abbiamo mai avuto risposta. Eppure con il carcere, ad esempio, abbiamo maturato una discreta esperienza durante un progetto realizzato in collaborazione con l’istituto penale per minorenni Paternostro, di Catanzaro. Quel corso funzionò e i ragazzi lo accolsero bene. Il nostro Paese non è nuovo ad esperienze del genere. Anche il carcere di Torino avviò percorsi simili. Il direttore dell’istituto penitenziario piemontese notò che grazie alla boxe i detenuti erano molto più scarichi, più attenti e consapevoli del proprio corpo. Sappiamo bene che il carcere cancella la dimensione spazio tempo e prendere coscienza del proprio corpo, in un luogo che annulla il corpo stesso, è fondamentale».

Boxe popolare 3 - © Massimiliano Palumbo

Boxe popolare 3 – © Massimiliano Palumbo

«Noi facciamo fatti, qui dentro le idee si trasformano in vita concreta e non in chiacchiere». E non sono chiacchiere ma persone in carne ed ossa tutti quegli atleti che continuano ad allenarsi nonostante abbiano problemi a pagare la quota mensile. «Sfido a trovare palestre che consentono questo – dicono insieme Gianfranco e Nicola Rizzuti -. E’ un servizio importante per andare incontro a chi ha difficoltà». «A volte siamo noi a dover insistere nel dissuadere, chi non se lo può permettere, a non pagare la quota – racconta Rizzuti, uno degli altri allenatori della palestra -. Ricordo di un ragazzo in mobilità che quasi si offese nel sentirsi dire: visto che stai passando un momento di difficoltà puoi non pagare». «Di contro – sottolinea Gianfranco – ci sono state persone della Cosenza bene che ci hanno chiesto lo sconto o, addirittura, di non pagare». Ma i servizi offerti dalla palestra di via degli Stadi sono rivolti anche a chi soffre di problemi di salute. «A differenza di altre società sportive affiliate al Coni, che affermano di accogliere solo sulla carta, noi non escludiamo nessuno. Non puntiamo a sfornare campioni per avere un tornaconto economico. Da noi si sono allenate anche persone con seri problemi di salute. Non li abbiamo esclusi, ma per loro abbiamo studiato un allenamento ad hoc».

Per far fronte alle spese e per coprire le quote delle persone che non possono contribuire economicamente, «ci autogestiamo». «Organizziamo serate e cerchiamo di risparmiare su tutto. Domani, per esempio, dovrò dedicare parte della giornata a pulire la palestra insieme agli altri», racconta ancora Nicola.

Le persone che frequentano la Boxe popolare sono circa 150. Ma non tutte lo fanno allo stesso modo. C’è chi si allena con assiduità, ma c’è anche chi si allena ogni tanto o chi frequenta per lunghi periodi e poi si assenta per poi ritornare ancora. Persone che comunque hanno sempre un volto e non sono un numero per far soldi. C’è ad esempio il volto e il cuore di Carmen Baffi, 18 anni. «Fa pugilato già da un paio di anni. Ha avuto il coraggio di affrontare i pregiudizi che ruotano intorno a questa disciplina, a cominciare dai suoi compagni liceali a finire alla iniziale titubanza dei genitori con i quali oggi siamo in perfetta sintonia», dice Gianfranco. Oppure c’è Riccardo Bova. Ha un anno in meno di Carmen, ma al suo attivo ha già ha già 18 match di pugilato. E poi, ancora, ci sono Francesco Siciliano, Gaetanto Adduci e Marco De Simone. «Ci hanno dato molte soddisfazioni dal punto di vista agonistico. Hanno smesso di combattere, ma si sono così immedesimati in questo progetto tanto da farne ancora parte».

Boxe popolare 6 - © Massimiliano Palumbo

Boxe popolare 6 – © Massimiliano Palumbo

La palestra cosentina non è sola. Fa parte di una rete che si estende in tutto il Paese e allo stesso tempo vanta un primato. «Facciamo parte del Conasp, il coordinamento nazionale dello sport popolare. Ne facciamo parte e siamo stati anche promotori. In base all’atto costitutivo siamo tra le prime palestre popolari d’Italia. Ma il nostro progetto, nei fatti, è nato a luglio del 1998, quando il centro sociale Gramna ci accoglieva con un sacco sotto una lampadina». Al Conasp è legato il pugile Lenny Bottai, della palestra Spes Fortitude di Livorno. «E’ uno di quegli atleti che non fa mistero della propria appartenenza ai movimenti di contestazione della sinistra italiana». Lenny ha appena affrontato, a Las Vegas, lo statunitense Jermall Charlo, 24 anni di Houston. L’incontro era la semifinale mondiale del titolo Ibf versione Superwelter. Purtroppo Lenny è stato battuto alla terza ripresa, ma nell’ambiente è considerato lo stesso «campione del popolo». Non per niente è salito sul ring dell’MGM indossando una maglietta rossa contro la riforma del lavoro del governo Renzi. «No jobs act» era la scritta che il livornese portava fieramente sul petto. Bottai a gennaio sarà a Cosenza per tenere un stage di aggiornamento sul pugilato.

reportage pubblica su www.laprovinciadicosenza.it

Renzi a Cosenza, tra applausi e manganellate

Mentre il presidente del Consiglio veniva osannato dal popolo del Pd all’interno dell’Auditorium Antonio Guarasci, pochi metri più in là un gruppo di antagonisti protestava arrivando poi allo scontro con la Polizia. Segnalo, inoltre, l’editoriale di Francesco Graziadio, direttore della Provincia di Cosenza

 

© Massimiliano Palumbo

© Massimiliano Palumbo

© Massimiliano Palumbo

© Massimiliano Palumbo

© Massimiliano Palumbo

© Massimiliano Palumbo

© Massimiliano Palumbo

© Massimiliano Palumbo

© Massimiliano Palumbo

© Massimiliano Palumbo

© Massimiliano Palumbo

© Massimiliano Palumbo

Tafferugli 3

© Massimiliano Palumbo

© Massimiliano Palumbo

Una scozzese salverà Cosenza

Viaggio tra i vicoli del capoluogo bruzio

Quartiere san Francesco d'Assisi - © Massimiliano Palumbo

Quartiere san Francesco d’Assisi – © Massimiliano Palumbo

UNA PROFESSORESSA scozzese salverà Cosenza. La rinascita del centro storico, ormai un borgo a sé stante rispetto al resto della città dei bruzi, non arriverà dai finanziamenti, ma da una semplice informazione, gesto di conoscenza e cordialità. La storia la racconta Michele Santagata, abitante del luogo, ed è sbucata fuori per caso, durante i numerosi incontri sul centro storico tenuti a piazzetta Toscano. «Dopo trent’anni trascorsi in America, questa signora decise di conoscere la nostra terra. Ma già alla stazione di Vaglio Lise ecco il primo intoppo: nessuno che le sapesse indicare la Locanda di Alarico. Stessa situazione sul bus che dalla stazione conduce a Cosenza. Poi, l’incontro con una professoressa scozzese: “Certo che lo so. Venga, l’accompagno io”. Questo episodio – spiega Santagata – la dice lunga sulle politiche d’investimento per la zona storica». Il viaggio tra le vie di «Cosenza vecchia» comincia con il profumo intenso del bucato appena steso, un profumo che dura solo un momento. Qualche passo più in là e da una finestra semichiusa è possibile sentire l’odore di sugo appena pronto. E’ quasi l’ora di pranzo e la vita tra i vicoli procede col ritmo lento di sempre. Tra le case ormai consumate dal tempo un gruppo di ragazzini gioca facendo esplodere qualche botto di Natale. Su corso Telesio, invece, le auto viaggiano veloci: auto comuni, a volte sgangherate, così come le grosse auto di qualche consigliere provinciale. In molti accelerano lasciandosi dietro gas e indifferenza. Il centro storico è anche questo, il luogo dove la memoria viene lasciata alle spalle come gli scarichi delle automobili.

Largo Vergini - © Massimiliano Palumbo

Largo Vergini – © Massimiliano Palumbo

Lasciato corso Telesio, ci si inoltra nel dedalo di vie che conducono nel cuore della città storica, quella meno conosciuta ma forse più carica di fascino e storia. La prima tappa è salita Liceo, conosciuta anche come “a calata d’a corda”. Il nome di questa strada è legato ad una vicenda amorosa del 600, quando due ragazze fuggirono dal monastero delle Vergini usando una fune appesa ad una finestra. Ma questa è anche la via delle saracinesche abbassate e dei locali vuoti, «ristrutturati durante il periodo manciniano e poi mai utilizzati». «Da piazza dei Valdesi fino a Porta piana è tutto un susseguirsi di locali vuoti. Il motivo? Mancano le politiche d’investimento, sia pubblico che privato. Non si tratta di convogliare soldi, ma creare attenzione. Il centro storico, ad esempio, potrebbe diventare un centro d’eccellenza per degustare vino, olio e prodottitipici», spiega ancora Santagata.

Rifiuti "storici" - © Massimiliano Palumbo

Rifiuti “storici” – © Massimiliano Palumbo

Zona off limits - © Massimiliano Palumbo

Zona off limits – © Massimiliano Palumbo

Qualche gradino più su e si giunge nella Piazzetta dei Follari, ricavata nel 1700 da una parte del giardino del monastero di Santa Maria delle Vergini. Il colpo d’occhio lascia senza fiato, la piazza è bella, ma l’incuria lascia senza parole: lampioni rotti, panchine usurate, spazzatura non raccolta fanno da cornice ad un luogo che nacque per socializzare e che ora è soltanto un parcheggio malandato. Un paradosso, se si pensa che proprio da queste parti si trova l’abitazione dell’ex sindaco Giacomo Mancini. Si sale ancora, fino a raggiungere il “centro” della parte storica che è Largo Vergini. Basta osservare una cartina per notare come questa zona sia equidistante rispetto alle altre zone della città antica. Il cammino avviene in solitudine, le persone s’incontrano ogni tanto, ma si tratta di una solitudine tranquilla, lontana da quei luoghi comuni che vorrebbero “Cosenza vecchia” come un luogo pericoloso.

via Abate Salfi - © Massimiliano Palumbo

via Abate Salfi – © Massimiliano Palumbo

Ma la solitudine è anche segno di dimenticanza «perché qui, fino a venti anni fa – ricorda Michele Santagata – c’era vita. Ora, invece, solo degrado architettonico e culturale». Il cammino prosegue e seguendo via Lucrezia della Valle ci si trova davanti ai palazzi nobiliari della Giostra Vecchia: Palazzo Bombini (nel 1806 fu uno dei luoghi della resistenza filoborbonica), casa Laurelli (sede di un comitato antiborbonico), Palazzo Guzzolini (in cui venne ospitato Francesco De Sanctis). E la lista potrebbe essere ancora lunga, tanto quanto sono i passi che portano in via Marco Berardi, conosciuta come piazzetta San Francesco d’Assisi. E da qui comincia la discesa, fino in via Abate Salfi, luogo in cui un albero spunta dalla parete di un edificio. E’ il quartiere della ficuzza, «simbolo della cosentinità», dice ancora Santagata. Lo scenario è però desolante. Cartacce, pareti sventrate, finestre senza infissi affacciano su uno luogo dimenticato. Viene da riflettere: se questo è il simbolo della cosentinità, allora vuol dire che Cosenza è morta. Ma Santagata lancia un’idea di speranza: «Non chiediamo soldi, ma idee. Perché non creare un percorso commerciale che attraversa le cinque piazze più importanti della zona storica ( “Chiazza i l’ova”, piazza Piccola, Duomo, Parrasio e Follari)?». Non risolverebbe tutti i problemi, ma sarebbe un segno d’attenzione verso una zona che ormai nessuno considera più.

m. p.

*dicembre 2009

Degrado e orgoglio in via Casini

di MASSIMILIANO PALUMBO

«BENVENUTI nella terra di nessuno», dove «nessuno viene mai a pulire». E’ una zona del centro storico dimenticata dal Comune, le sue strade «non risultano nemmeno sulle mappe delle cooperative addette alla pulizia». Tra le vie Abate Salfi e Agostino Casini funziona così: sono gli abitanti del quartiere che prendono in mano scopa e paletta per rendere dignitoso il luogo in cui vivono. «Se aspetti il Comune stai fresco – spiega Federico Mazzei, commerciante di Corso Telesio -. Sono mesi che va avanti così, tra siringhe, topi, vetri rotti e cartacce. Tagliamo anche l’erba che cresce sui muri o tra le gradinate. Questa situazione deve finire».

La signora Chiarina - © Massimiliano Palumbo

La signora Chiarina – © Massimiliano Palumbo

Mazzei è amareggiato, anche perché sta ancora aspettando la visita dell’assessore Francesca Lopez: «L’ho incontrata circa un mese fa a Palazzo dei Bruzi, con lei abbiamo visionato la mappa relativa alle zone d’intervento delle cooperative e abbiamo visto che via Agostino Casini è scoperta. Alla fine dell’incontro mi ha promesso: “Domani sarò da lei per un sopralluogo”. Sto ancora aspettando. Se dopo quattro anni di amministrazioneuna zona del centro storico è ancora scoperta, vuol dire che è un disastro. Anche perché non è l’unica». L’amarezza diventa rabbia tra i vicoli del quartiere, quando gli abitanti fanno quasi a gara per denunciare le cose che non vanno. Molti urlano dal balcone: «Qui vengono solo in cerca di voti.

Via Agostino Casini - © Massimiliano Palumbo

Via Agostino Casini – © Massimiliano Palumbo

In tempo d’elezioni tutti diventano amici, poi non li vedi più». La più energica è una signora che abita al piano terra: «Mi chiamo Chiarina, e parlo chiaro. Su tutti na massa i pisciaturi e si piglianu sulu i sordi». Affacciati alle finestre gli altri abitanti confermano calorosamente, poi la signora Chiarina racconta un episodio: «Poco tempo fa in questa zona c’è stato un lutto e abbiamodovuto fare una colletta per pagare qualcuno che venisse a pulire qui intorno. E’ na vrigogna. Le bollette però arrivano, qui paghiamo anche l’aria che respiriamo». La sporcizia non è l’unico problema di via Casini, tra quelle viuzze manca anche l’illuminazione. Ancora Mazzei: «Ho parlato con gli addetti alla manutenzione, la risposta: “Non c’è l’appalto, quindi nessuno può venire a cambiare la lampadina”». Strade, vicoli, gradinate, spiazzi, sono come una seconda casa per gli abitanti del centro storico. «Qui ci conosciamo tutti, proprio grazie ai rapporti che stringiamo fuori dalla porta di casa – spiega il commerciante discutendo con la signora Chiarina –. La strada è un centro di vita pulsante, ecco perché non sopportiamo che l’amministrazione sia così sorda. Molti pensano che Cosenza vecchia sia un ghetto, ma la ghettizzazione è solo il frutto della politica dell’abbandono».

Pubblicato dal Quotidiano della Calabria nel 2010

L’odore della colla

Cenzino Tucci - © Massimiliano Palumbo

Cenzino Tucci – © Massimiliano Palumbo

testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO

L’ODORE di colla bianca è lo stesso di trent’anni fa, quando gli scaffali erano ancora pieni di libri da rilegare. Anche la disposizione di mobili e strumenti è rimasta la stessa. Il bancone di fronte l’entrata, il torchio nell’angolo e nel retro la macchina per tagliare la carta. I gesti sono quelli appresi da bambino, quando si andava a bottega per imparare un lavoro. Vincenzo Tucci, classe 1936, lavora con fogli, colla, libri e caratteri di piombo da quando di anni ne aveva tredici. Trent’anni, invece, è l’età di Alessia. Vincenzo le ha rilegato la tesi di laurea e da bambina Alessia già conosceva la Legatoria Tucci. Ce la portava il padre quando durante una passeggiata si passava a salutare «Cenzino», l’amico di sempre. L’atmosfera è ancora quella di una volta, ma il lavoro è diminuito. Forse la tesi di Alessia è stata una delle ultime ad essere realizzata alla vecchia maniera, o detto altrimenti, «come Dio comanda».

Sul bancone di via Sabotino sono passati volumi di tutti i generi, dall’enciclopedia composta da molti tomi ai registri della Pubblica amministrazione. «Ma il lavoro sta morendo – spiegaVincenzo -, un duro colpo lo ha ricevuto dai Pc prima e da internet dopo. Ora si fa tutto a casa: si stampa, si spilla e si scelgono i caratteri al computer. Fino a qualche anno fa si rilegavano molti giornali, ora ci sono gli archivi elettronici consultabili on-line». Il fai da te, se da una parte abbatte i costi e velocizza il lavoro, dall’altra colpisce il cuore e il senso dei mestieri artigianali. «Così si fa fuori la qualità. Provate ad aprire un libro rilegato con ago e filo e la stessa operazione provate ad eseguirla con un libro dove sono stati applicati degli spilloni. Il primo si aprirà correttamente dalla prima all’ultima pagina, l’apertura del secondo sarà penalizzata dalle spille poste sul dorso».

Cenzino Tucci 2 - © Massimiliano Palumbo

Cenzino Tucci 2 – © Massimiliano Palumbo

Caratteri di piombo - © Massimiliano Palumbo

Caratteri di piombo – © Massimiliano Palumbo

Vincenzo parla del suo mestiere,pensa al futuro della professione e spiega: «Chi vuole fare questo lavoro deve mettersi in testa che all’attività di legatoria bisogna affiancare quelle di copisteria, cartoleria, eccetera». Poi, con una punta di rammarico, racconta: «Che futuro ci può essere se c’è chi butta i libri? Pochi giorni fa, prima di cominciare a lavorare, ho visto che accanto al cassonetto erano stati lasciati 36 volumi della Treccani. Non potevo sopportarlo e li ho recuperati, regalandoli poi ad un mio amico. Ecco, questo è l’effetto provocato da cd-rom e banche dati multimediali».

Cenzino Tucci 3 - © Massimiliano Palumbo

Cenzino Tucci 3 – © Massimiliano Palumbo

La Legatoria Tucci nacque nel 1964, ma nel 1949 Vincenzo era già a bottega ad apprendere i primi passi di una professione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita; anche se per un attimo ci fu il rischio che il mestiere di Vincenzo Tucci fosse un altro. «Ho frequentato anche un’officina per la riparazione delle motociclette. Mi ci portava il mio maestro di scuola elementare. Lo faceva per spronarmi, per aiutarmi a trovare la strada che mi avrebbe permesso di lavorare e creare una famiglia. Ma il mio destino erano i libri, lo erano da prima che io nascessi. Quando ero ancora in grembo mia madre già cuciva libri». Ora la Legatoria resta aperta per passione, «perché trovare i materiali è difficile e perché le spese sono alte, tanto da rimetterci i soldi della pensione». Lasciare tutto però è impossibile, significherebbe mettere da parte la propria vita.

Raccolta indifferenziata

Via Gian Luigi Picciotto - © Massimiliano Palumbo

Via Gian Luigi Picciotto – © Massimiliano Palumbo

Via del Sempione - © Massimiliano Palumbo

Via del Sempione – © Massimiliano Palumbo

Via Rivocati - © Massimiliano Palumbo

Via Rivocati – © Massimiliano Palumbo

Via Piave - © Massimiliano Palumbo

Via Piave – © Massimiliano Palumbo

Via Asmara - © Massimiliano Palumbo

Via Asmara – © Massimiliano Palumbo

In cammino con la Vergine

Avere fede vuol dire credere, ma anche rispondere, essere presenti, dire di sì. Oggi centinaia di fedeli, con la loro presenza hanno rinnovato un rito testimoniando la propria devozione. Per accompagnare la Madonna del Pilerio a far visita alla città, sono accorsi davvero in tanti. A passo lento ed ordinato, dal Duomo alle strade del centro, si è svolta la processione, come ogni anno in questo giorno di festa.

L'attesa - © Massimiliano Palumbo

L’attesa – © Massimiliano Palumbo

Nei secoli fedeli - © Massimiliano Palumbo

Nei secoli fedeli – © Massimiliano Palumbo

L'uscita - © Massimiliano Palumbo

L’uscita – © Massimiliano Palumbo

In piazza - © Massimiliano Palumbo

In piazza – © Massimiliano Palumbo

I fedeli - © Massimiliano Palumbo

I fedeli – © Massimiliano Palumbo

Lo stendardo - © Massimiliano Palumbo

Lo stendardo – © Massimiliano Palumbo

La benedizione - © Massimiliano Palumbo

La benedizione – © Massimiliano Palumbo

Moda retrò e chic

Ettore Bruni 2 - © Massimiliano Palumbo

Ettore Bruni 2 – © Massimiliano Palumbo

testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO

Ai clienti Ettore dà ancora del lei. Lo fa con rispetto come si faceva una volta, «quando in negozio ci si comportava come in chiesa». Il lei lo usa con cura, come qualcosa di sacro, perché le cose sacre sono rare, difficili da trovare e custodire; e poi perché «resta ancora l’educazione ricevuta da padre e nonno. All’epoca il rispetto non era solo una questione esteriore. La forma era legata alla sostanza». Ettore Bruni ha 71 anni e fin da piccolo ha imparato a stare «come si deve» in negozio: «Dopo la scuola si veniva qua, ad apprendere le regole del mestiere». Erano altri tempi, il secondo conflitto mondiale era appena finito e «in bottega volavano scappellotti se sbagliavamo nel rivolgerci al cliente. Guai a dare del tu – troppo confidenziale -, ma guai anche a dare del voi. Al cliente bisognava rivolgersi con il lei». Ettore Bruni si occupa di abbigliamento e il negozio di corso Umberto è l’unico rimasto dei tanti appartenuti alla famiglia Bruni. Un cognome che col tempo è diventato una sorta di marchio della moda bruzia: «Le novità arrivavano prima da noi», racconta Ettore. Su una vecchia insegna conservata all’interno del negozio, sono rappresentate alcune tappe della storia commerciale della famiglia, la prima di queste porta la data 1885. Il negozio di corso Umberto è invece del secondo dopo guerra, avviato da Salvatore ed Emilio Bruni dopo che un bombardamento aveva distrutto la sede originaria di corso Mazzini, aperta nel 1932.

Crema Emilia - © Massimiliano Palumbo

Crema Emilia – © Massimiliano Palumbo

Entrare nel negozio di corso Umberto è come tornare indietro nel tempo. Gli arredi sono quelli di fine anni 40 e sugli scaffali, tutti in fila, i diversi cappelli Borsalino: le coppole all’inglese e quelle all’italiana, ma anche i classici cappelli. Eppure in questo negozio si è venduto un po’ tutto, dai giocattoli ai prodotti di profumeria. In un armadio sono ancora conservati i barattoli della cera depilatoria Emilia. «In teoria, in base alla licenza, avremmo potuto vendere anche ferramenta». Ovviamente questo non è mai avvenuto ed Ettore ricorda ancora quando le cravatte si dividevano in prima, seconda e terza qualità; oppure quando andavano di moda i pantaloni alla zuava, gli abiti da marinaretto e le giacche con le toppe. E sembra ieri quando per attrarre la clientela si usavano slogan come «a parità di prezzo qualità migliore, a parità di qualità prezzo inferiore». E ancora: «Non abbiate timore di chiedere lo sconto, abbiamo mille modi diversi per dire cortesemente no». Ettore ricorda un aneddoto: «Un cliente ci disse “e se io ve ne chiedo mille e uno?”. Mio padre rispose: “E unu ti manna a chiru paise”». Il negozio di Ettore non era solo il luogo dove trovare l’abbigliamento di prima scelta, ma era anche luogo di ritrovo. Il bar Renzelli è sul marciapiede opposto, la Banca d’Italia è accanto. Buona parte della vita cittadina si svolgeva proprio in questa zona della città.

Ettore Bruni 1 - © Massimiliano Palumbo

Ettore Bruni 1 – © Massimiliano Palumbo

La vendita di prodotti «in» attirava anche la clientela che conta. Riccardo Misasi e Giacomo Mancini eranoclienti Bruni, ma anche la nobiltà bruzia si serviva in questo piccolo negozio di corso Umberto. Oggi le cose sono cambiate, «i clienti di un tempo restano, ma non è scontato che i figli si servano ancora da me». Eppure, l’atmosfera che si respira tra quegli scaffali in legno colmi di prodotti Borsalino, difficilmentepuò essere sostituita dai moderni outlet.

* pubblicato sul Quotidiano della Calabria – giugno 2011

Da cento anni tra i gomitoli

Maria Luisa Carmagnola - © Massimiliano Palumbo

Maria Luisa Carmagnola – © Massimiliano Palumbo

TESTO E FOTO di Massimiliano Palumbo

GLI SCAFFALI pieni di gomitoli e scatole colorate sono lì da cento anni. E cioè da quando Francesco Carmagnola avviò la sua attività commerciale in piazza della Ferrovia. Erano altri tempi, si dava ancora del «don» e del «commendatore» e c’era anche chi si spingeva all’«amabilissimo commendatore». Così faceva il giornalaio che ogni mattina portava un plico di giornali a Vincenzo Carmagnola, figlio del signor Francesco. All’epoca si vendeva un po’ di tutto e si realizzavano anche le parrucche.Tra i cassetti del negozio è ancora custodito qualche foglio di carta intestata che recita: «Francesco Carmagnola. Tulli, ricami, merletti, tende, vitrage,galloni, nastri, fazzoletti di lino, mercerie in genere». Poi, a capo, col carattere più grande, «acquisto di capelli grezzi umani». Da allora sono trascorsi molti anni, «don Francesco» non c’è più e non si acquistano neppure i «capelli grezzi» per le parrucche, ma lo stile lasciato da quel signore amico di Gaetano Marzotto (figlio di Luigi, fondatore del primo gruppo italiano del tessile) è ancora vivo tra quelle pareti ricoperte da filati, storia e tradizione. Oggi, al posto di «don Vincenzo», c’è la figlia Maria Luisa. Una signora longilinea dai modi gentili ed eleganti che ha dedicato molti anni della sua vita all’insegnamento. «Ho preso il posto di mio padre solo nel 1997, dopo la sua morte. Mi ritrovai a dover scegliere se continuare con l’insegnamento oppure con l’attività di famiglia. Decisi di rinunciare alla scuola».

Carta intestata - © Massimiliano Palumbo

Carta intestata – © Massimiliano Palumbo

La signora Maria Luisa parla del suo lavoro con passione, prende tra le mani i gomitoli di diversi filati e ne spiega le caratteristiche. Passa dal Kashmir alla lana e dalla ginestra al cotone. Poi precisa: «Per fare questo mestiere bisogna saper ascoltare ed essere un po’ creativi. Non sempre il cliente ha le idee chiare e quindi per consigliarlo al meglio è necessario capire cosa vuole realizzare». Il rapporto con la clientela è alla base di questo mestiere. Non è solo un rapporto tra commerciante e cliente, ma tra persone. «Un giorno – racconta – entrò in negozio un signore distinto, stringeva tra le mani una borsa di pelle. Rinviava sempre il suo turno, facendo passare gli altri clienti. Dopo un po’ mi insospettii è domandai: Ha bisogno? E lui, timidamente: “Sì, ho realizzato a mano qualche capo e volevo confrontarmi con lei sulla qualità del lavoro”. Parlando un po’ mi disse di essere medico».

Tra gli scaffali - © Massimiliano Palumbo

Tra gli scaffali – © Massimiliano Palumbo

«Un’altra volta, invece, un altro signore entrò in negozio incuriosito da un mio lavoro. Mi chiese: “Posso dare un’occhiata?”. Ed io: Certo. Ritornò qualche settimana dopo per confrontare il suo centrino con quello che aveva visto a me. Parlai anche con lui e rimasi sorpresa quando mi disse di essere un magistrato». «Sono esempi – spiega lasignora Maria Luisa – che fanno capire l’importanza del rapporto con le persone ma anche come l’hobby della lavorazione a mano dei filati non è più un’esclusiva femminile». E’ un hobby che sta ritornando: «Perché le persone stanno riscoprendo un valore che avevano accantonato: la qualità». Quest’anno ricorre il centenario della merceria Carmagnola. Era il 1911 quando per laprima volta si alzò la saracinesca in piazza della Ferrovia. Dopo cento anni di attività si può dire che un pezzo di storia cosentina è stato conservato su quegli scaffali in legno resi vivaci dal colore dei filati.

Cosenza, la città che non c’è più

Parco fluviale - Massimiliano Palumbo

Parco fluviale – © Massimiliano Palumbo

TESTO E FOTO di Massimiliano Palumbo

«L’odore della pasta al forno proveniva dalla cesta in vimini, mentre mia madre provvedeva a sistemare il cibo su una grande tovaglia a quadri. In questo luogo venivamo a festeggiare la Pasqua. Decine di famiglie salivano in cima al colle portando con sé cibo e allegria. Durante l’anno, invece, le imponenti pareti dell’acquedotto servivano per nascondere i primi baci, lontano da professori e banchi di scuola». Mario racconta queste cose come se fossero accadute ieri. Invece di anni ne sono trascorsi molti, ben sessanta. Di collina Muoio non resta che il ricordo. Più di una generazione è passata da lì ed è facile coglierne il passaggio camminando lungo il quartiere.
Il viaggio per Cosenza comincia così dal colle delle gite pasquali e dei prati verdi, diventato poi il luogo dei palazzi da completare, delle strade groviera e dei preservativi usati. In realtà il primo passo di questo viaggio l’ho fatto dentro me stesso. L’esigenza era chiara: conoscere la mia città.
La prima tappa ha visto un accompagnatore d’eccezione: mio padre, Mario. Il nostro è un itinerario in solitudine, anche se i segni della presenza dell’uomo sono evidenti: case, auto parcheggiate, graffiti. Ma gli unici a passeggiare eravamo io e lui.

Acquedotto del Merone - Massimiliano Palumbo

Acquedotto del Merone – © Massimiliano Palumbo

Trascorrono un paio di giorni, decido così di visitare un altro luogo. Dalla cima del colle scendo fino alle rive del fiume Crati. Questa volta sono solo con la mia reflex. Destinazione Parco fluviale. Progetto ambizioso: la sua realizzazione avrebbe dovuto ridare vita ad una zona spenta. Buone intenzioni, risultato scadente. Reti di color arancione e cartelli sbiaditi stanno ad indicare lavori in corso, da sempre. Al Parco fluviale sono stato in due giorni diversi: la prima volta al mattino, cielo limpido e sole caldo. La seconda, invece, di pomeriggio. Il cielo era chiuso da grandi nuvoloni grigi. Lo spirito del luogo, però è sempre lo stesso e vive in qualche cane senza padrone e nelle poche auto in circolazione.
Passano alcune settimane, metto in ordine qualche pensiero sui luoghi da visitare e dalle rive del fiume risalgo poi fino al centro storico. In quei palazzi visse il filosofo Bernardino Telesio; in mezzo a quegli edifici i cosentini si radunano, ogni anno, per celebrare la loro protettrice, la Madonna del Pilerio. Il cammino non è agevole. Il centro storico fu costruito sulle pareti di un colle, per cui bisogna affrontare gradinate e ripide salite. Ma la fatica si affronta con piacere, nonostante il cielo nuvoloso che minaccia pioggia. E il piacere della scoperta, anche se si tratta solo di un quartiere della mia città.
E l’ora di pranzo e il profumo di sugo che proviene dalle finestre rende più gradevole la vista dei muri dall’intonaco disfatto. Così come il profumo del bucato appena steso fa compagnia tra i vicoli in cui non circola quasi nessuno, se non chi deve entrare o uscire da casa. Non servirebbe proseguire oltre per capire che le attività di Cosenza vecchia si fermano al corso principale, corso Telesio. Sono molti i luoghi di Cosenza simili a zone di transito. Lì, la presenza, paradossalmente è un’assenza: mancano le persone, manca la vita. Ma i segni del passaggio dell’uomo sono evidenti. Sono quartieri facili da raggiungere, basta una passeggiata. Qualcosa li accomuna: non si incontra nessuno. Eppure le tracce di nessuno sono lì, accanto al sacco di spazzatura lasciato per strada o dietro il vetro rotto di una finestra. Il cammino, quindi, è diventato viaggio. Un’esplorazione privata per cercare di conoscere il passato abbandonato. Un passato che, nonostante tutto, è ancora presente.

Portici - © Massimiliano Palumbo

Portici – © Massimiliano Palumbo

* Racconto pubblicato il 26 febbraio 2010 in occasione del Premio Passaggi. Ha raggiunto il terzo posto.