4. I racconti dagli occhi azzurri

Yelyza dagli occhi azzurri - © Massimiliano Palumbo

Yelyza dagli occhi blu – © Massimiliano Palumbo

«Un imprevisto è la sola speranza», affermava Eugenio Montale nella sua poesia Prima del viaggio. Ed è stato proprio un imprevisto a legare i primi tre post della sezione Mille e una città. Ogni post è una storia ed ogni storia è ricerca. «Prima del viaggio  – scriveva Montale – si scrutano gli orari, le coincidenze, le soste, le pernottazioni e le prenotazioni (di camere con bagno o doccia, a un letto o due o addirittura un flat); si consultano le guide…». La nascita di ogni racconto segue più o meno lo stesso percorso, «troppo accuratamente studiato». Ma, alla fine, «Un imprevisto è la sola speranza». E così è accaduto. Per ben tre volte (non due o quattro, ma tre volte). I protagonisti delle storie hanno tutti gli occhi azzurri. Yelyza, la ballerina Ucraina ormai adottata dalla nostra città. Gregorio, l’infermiere-pittore affetto dal morbo di Parkinson. Ed ha gli occhi azzurri anche Coriolano Martirano, lo storico che grazie ai suoi libri conserva la memoria e l’identità della città dei bruzi.

Gregorio Muraca - © Massimiliano Palumbo

Gregorio Muraca – © Massimiliano Palumbo

Non credo ci sia alcuna mano soprannaturale o esoterica in questo imprevisto. Ma di sicuro è un fatto che fa riflettere. Perché il tre «è il prodotto dell’unione tra l’Uno, il principio attivo e il Due, il grembo che accoglie la creazione. Possiamo definirlo il primo prodotto del pensiero che si moltiplica e si espande». E poi c’è l’azzurro, che rimanda a luoghi vicini e lontani, come il mare e il cielo. E’ lontana la terra di Yelyza, sull’orlo di una guerra civile. Sono lontane le memorie di Martirano. E’ vicino, invece, il vicolo di Gregorio. Tre storie che s’intrecciano come la linea dell’orizzonte che separa cielo e mare. E poi, teoria tutta da confermare, è lontana l’origine dell’azzurro dell’iride, frutto di una mutazione genetica avvenuta dai 6 ai 10 mila anni fa tra l’Afghanistan e il Mar Morto. All’inizio erano gli occhi bruni. Poi, l’imprevisto, ha ordinato quel viaggio troppo accuratamente studiato.

Coriolano Martirano - © Massimiliano Palumbo

Coriolano Martirano – © Massimiliano Palumbo

Massimiliano Palumbo

3. Il futuro sorpassato

Coriolano Martirano - © Massimiliano Palumbo

Coriolano Martirano – © Massimiliano Palumbo

La storia insegna e il passato è un luogo a cui ritornare. Il futuro lo abbiamo sorpassato. «La crisi profonda che stiamo attraversando potrà risolversi solo facendo un passo indietro. Se davvero vogliamo costruire, guardiamo a cosa siamo stati». Su un tavolo del Gran Caffè Renzelli dei giornali e una tazzina bianca. Coriolano Martirano, storico e scrittore cosentino, è seduto lì. Fa colazione, legge e parla con la gente. Un rito quotidiano, nel bar più antico di Cosenza, che conserva intatto un fascino d’altri tempi. Le ampie vetrate regalano una nitida veduta sul borgo medievale: piazza Aulo Giano Parrasio, su cui si affaccia, si apre su Corso Telesio, a pochi passi dal Duomo.

L’ambiente è luminoso e ogni cosa sembra raccontare la città e le sue consuetudini più lontane: all’ingresso i banconi con i dolci della tradizione e le specialità della casa, gli arredi stile liberty, il velluto delle sedute, gli oggetti retrò, i quadri e le vecchie foto sulle pareti chiare, incorniciate da profili di legno scuro. Il bar fu aperto nel 1801, si chiamava Caffè Galicchio. Le sue due salette, la rossa e la verde, distinte così per via del colore dei rispettivi divanetti, sono state da sempre punto di ritrovo di intellettuali e artisti. Cento anni dopo divenne il Renzelli. Anche Coriolano Martirano ha storie da raccontare. Quelle dei suoi libri, “Il luogo delle anime”, “Lucrezia della Valle. L’innocente peccatrice”, “La dolce follia di Telesio”, per citarne alcuni, e quelle che conserva impresse nella memoria. In entrambi i casi Cosenza è il filo conduttore. E’ un membro illustre dell’Accademia cosentina, vincitore di prestigiosi premi letterari, Cavaliere di numerosi Ordini, Commendatore al Merito della Repubblica, Maestro del Lavoro. E’ un cittadino orgoglioso delle proprie origini, profondo sostenitore della città. La ama al punto da non averla mai tradita. “Piccola, provinciale, libera e viva. Invoglia a leggere e a pensare” e mentre parla i suoi occhi brillano. Vivere lontani dalla propria terra avrebbe voluto dire rincorrere un’illusione, privarsi degli affetti più cari, rinunciare al senso d’appartenenza.

«Nelle difficoltà la fraternità d’intenti può diventare una chiave di risoluzione. E’ la storia che lo insegna. Era il 1943, Cosenza soccombeva alle bombe e al dolore della guerra, ma i cosentini, uniti, reagirono con dignità e vigore». In questo ricordo indelebile Coriolano Martirano riconosce il seme della propria identità di cittadino, che ha scelto così di amare e rimanere. La conoscenza profonda di Cosenza, della sua storia e della sua arte lo hanno reso consapevole di quanto essa abbia da offrire. «A tutti i giovani che oggi stanno cercando un motivo per restare dico: conoscetela Cosenza e imparerete ad amarla, riscopritene le tradizioni e valorizzatele. E’ da questo che occorre ricominciare».

Claudia De Napoli

Il futuro sorpassato – backstage

Video: Paz Caldararo

2. Cinquanta passi verso la bellezza

Gregorio Muraca - © Massimiliano Palumbo

Gregorio Muraca – © Massimiliano Palumbo

Gregorio ha occhi che ridono, come se avessero visto tutti i colori del mondo. Ogni tocco dei suoi pennelli è un segno di grazia e mentre dipinge con un tratto delicato e lento, dentro e fuori di lui, è pace. La cura del prossimo e l’amore per la pittura sono le due facce del suo cuore. E’ pittore e infermiere. Lavora nel reparto oculistica di una casa di cura di Cosenza da oltre quarant’anni e dipinge da sempre.

Subito dopo l’ex Albergo Bologna, i palazzi di corso Telesio giacciono, come malati. Verrebbe da pensare che calcinacci, muri diroccati, rifiuti, odore acre di sporco e muffa siano tutto quello che lì oggi resta da barattare. In realtà basta spingere lo sguardo in uno dei tanti vicoli che si aprono sui fianchi della strada, per rendersi conto che la bellezza, seppur ferita e muta, è ovunque. Gregorio è stato lì, con la sua tavolozza variopinta, qualche attrezzo del mestiere e tutta la passione con cui riesce a dare luce alle cose e alle persone che hanno la fortuna d’ incontrarlo. Arrivando da piazza dei Valdesi, appena cinquanta passi dopo aver imboccato l’antica via dei Mercanti, si arriva a un largo che non si vede più. La piazzetta non si affaccia da nessuna parte, resta chiusa nella curva accennata dal retro di un palazzo. Qualche mano maldestra l’ha poi resa un vicolo cieco, costringendola tra due strutture in legno prefabbricato ormai fatiscenti. Aver cura di ciò che ci circonda e’ importante, tanto quanto averne degli altri e di se stessi. Questa consapevolezza ha spinto una persona ad amare un piccolo angolo di città, al punto da donargli un suo pezzo di memoria. La Fiat 500 di suo padre, quasi magicamente, varca lieve il muro dell’indifferenza, che fa presto a diventare dimenticanza, e ogni cosa nel vicolo buio è illuminata.

La sua firma, M Gregorio, sopra il disegno, una data nella targa e una piccola ape sotto la scritta Parkinson dilatano il valore di un gesto d’amore per la città, che diventa testimonianza e insegnamento. Il dipinto nasce, infatti, nell’ambito di un’ iniziativa promossa, nel novembre del 2012, dall’Associazione parkinsoniani italiana di Cosenza. Artisti e nel contempo soci hanno ottenuto da parte del Comune l’autorizzazione di realizzare dei murales nel largo dimenticato. L’arte e la creatività danno voce all’anima, un corpo malato può così rinvigorire e con esso rifiorisce tutto ciò che lo circonda. Oggi il vicolo è purtroppo ancora una volta diroccato e spento, ma gli occhi di Gregorio che sorridono alla sua malattia e alla città testimoniano ed insegnano che la bellezza è ciò che davvero ci può salvare.

Claudia De Napoli

1. Yelyza nel giardino delle meraviglie

La ballerina dello zar - © Massimiliano Palumbo

La ballerina dello zar – © Massimiliano Palumbo

Yelyzaveta arriva leggera. I suoi passi incerti, per via di un infortunio al ginocchio, assomigliano alla danza lenta delle foglie. Cadendo, sono diventate un manto d’oro e rame ai bordi del viale. La Villa Vecchia, in questo autunno lento, ricorda certi luoghi delle fiabe. Yelyzaveta non c’era mai stata prima. Vive in città da poco più di un anno, il giardino che la accoglie invece è lì da oltre un secolo e mezzo. I suoi piani, le sue statue, le sue fontane sono angoli di memoria e il Monumento alla libertà di Giovanni Pacchioni (1876-1878), all’ingresso principale di piazza XV Marzo – meglio conosciuta per consuetudine come piazza Prefettura – testimonia un importante pezzo di storia: quello dei moti rivoluzionari del 1844 e dei Fratelli Bandiera. Yelyzaveta proviene dall’Ucraina, la terra dei cosacchi, che vuol dire uomini liberi. L’indipendenza per il suo popolo è stata una conquista recente, avvenuta con lo smembramento dell’Unione Sovietica.

Quello che sta accadendo oggi a Kiev dimostra che ormai è maturo un nuovo senso d’appartenenza. L’Ucraina è pronta, vuole entrare in Europa e questa rivoluzione, per spezzare definitivamente il legame con Mosca, non ha i toni pacifici del passato: si combatte per la libertà. Così la città, custode di scorci meravigliosi e di saggezza, è capace di ricordare che un ideale può avvicinare le persone e accomunare i popoli. L’atmosfera che si respira nella Villa è densa di suggestione.

Gli alberi secolari, la luce morbida, il ritmo lento e soffuso dei suoi rumori contribuiscono a renderla un posto unico; lo sanno bene i cosentini e adesso lo sa anche Yelyzaveta, che incurante dell’aria pungente, avvolta nel tulle, indossa le sue scarpette vissute, testimoni anche’esse di una storia fatta di passione e sacrificio, consumate per tutte le volte che l’hanno fatta danzare. Non teme il freddo, che intanto si è fatto intenso. – Sono Russa! – sorride mentre si tiene in equilibrio sopra una tappeto di pietre, foglie ed erba umide, in cerca della posa perfetta e attenta a non scivolare. In una cornice magica, il cuore antico della città vive assieme a quello di una giovane donna che si racconta attraverso il proprio talento, dando vita all’espressione romantica della miglior forma d’integrazione.

Claudia De Napoli