Boxe popolare, la politica sale sul ring

Boxe popolare 1 - © Massimiliano Palumbo

Boxe popolare 1 – © Massimiliano Palumbo

Testo e foto di Massimiliano Palumbo

Il silenzio dell’atrio mente sul frastuono all’interno della palestra. E’ buio fuori dallo stadio San Vito. Davanti la curva Nord c’è solo la luce di un limpido cielo dicembrino. Poi, alla fine di un lungo corridoio, la scritta «non un passo indietro» annuncia il clima che si respirerà varcata la porta della Boxe popolare. «Perché noi non siamo una associazione sportiva come tutte le altre, quello che ci caratterizza è il percorso politico e ideologico», spiega Gianfranco Tallarico, tecnico e fondatore della palestra. Un percorso nato alla fine degli anni ’90 e che dura tutt’ora «grazie al sostegno di tutti quelli che hanno creduto nel nostro progetto». Gianfranco precisa: «Fuori da questa porta non c’è solo “non un passo indietro”, ma c’è anche un’altra targa: “Questa palestra ripudia ogni forma di fascismo e di razzismo”». Le radici affondano qui, «perché lo dice la nostra Costituzione. Perché questo è il fondamento di ogni società civile».

Boxe popolare 2 - © Massimiliano Palumbo

Boxe popolare 2 – © Massimiliano Palumbo

Quando si apre la porta della Boxe popolare, il mondo esterno lo si lascia alle spalle. E’ così già dai suoni e dai rumori che si avvertono. Il silenzio del San Vito è rotto dai colpi che affondano sui sacchi e dal fischio della corda che gira veloce intorno agli atleti. Il tempo è scandito dalla sirena del conta round che suona inesorabilmente ad intervalli regolari, mentre Gianfranco, insieme agli altri allenatori, guida i suoi ragazzi: «Giù con quelle ginocchia, muoviti meglio sulle gambe. Mantieni la guardia». In qualche modo sembra di rivedere le scene di Million dollar baby di Clint Eastwood: «Gli insegni come stare in piedi, come tenere allineate gambe e spalle… gli fai vedere come stare in equilibrio e come farlo perdere all’avversario». Ed è dai racconti di Gianfranco che si coglie un aspetto. La Boxe popolare non è un luogo dove impari a boxare per essere violento. Lì impari ad avere consapevolezza di te stesso e del tuo corpo. La boxe, in questo senso, diventa una filosofia di vita. «L’associazione sportiva Boxe popolare – racconta il tecnico – ha avuto un percorso a ostacoli. Non abbiamo magnati, non magnamo e non facciamo magnare gli altri».

Boxe popolare 3 - © Massimiliano Palumbo

Boxe popolare 3 – © Massimiliano Palumbo

Le attività della palestra cominciano nel 1999, quando Gianfranco Tallarico rientra da Roma: «Ho cominciato a fare boxe nei primi anni ’90 in una palestra romana. Una volta ritornato a Cosenza ho deciso di continuare e dal ’99 ho cominciato a lavorare a questo progetto». «Ma non ero solo, perché questa idea è maturata da un gruppo di giovani del C.S.A. Gramna e della curva sud dello stadio San Vito. Il posto da cui siamo partiti era allucinante: un ex orfanotrofio abbandonato pieno di eternit. Le docce erano ricavate dai bagni alla turca, non c’erano sacchi, non c’erano specchi, non c’era l’energia elettrica. Non avevamo niente».

Boxe popolare 4 - © Massimiliano Palumbo

Boxe popolare 4 – © Massimiliano Palumbo

E per sgombrare il campo dai personalismi, Gianfranco precisa: «Non ho fatto nulla da solo. Il merito è di quelli che hanno sostenuto il progetto di cui la palestra popolare era parte. Si faceva musica, teatro, si organizzavano assemblee su temi importanti. E’ stata la sede del forum sulle politiche giovanili all’epoca in cui era sindaco Eva Catizone. Era uno strumento di democrazia diretta e dal basso, non come oggi in cui a decidere è solo il sindaco. Con la Catizone abbiamo avuto un dialogo aperto e sincero senza fini elettorali. Non ci ha mai chiesto nulla e non abbiamo mai fatto nulla. Noi siamo astensionisti. La palestra è rimasta in piedi nonostante l’ondata repressiva dell’inchiesta no global che ci ha visto tutti assolti in tutti i gradi di giudizio».

Ed è proprio per questo passato che l’associazione sportiva Boxe popolare rivendica la sua unicità: «Noi non siamo un’associazione sportiva come tutte le altre. Mentre Giacomo Mancini riconosceva il nostro percorso, oggi invece c’è una sorta di azzeramento ideologico di tutto. La scusa è sempre la stessa: mancano i soldi, c’è il dissesto eccetera. Ma allora vorrei capire perché – si chiede Gianfranco – il Cosenza Calcio che non è una associazione sportiva dilettantistica, non è una associazione di volontariato, ma una Srl, deve essere considerato come rappresentativo della città. Non ci sto. Se si azzera il nostro percorso, allora devono essere azzerati anche gli altri. Noi, a differenza di una Srl, offriamo servizi gratuiti a chi ha problemi economici e di salute». Non è una questione economica, perché al «Comune di Cosenza non chiediamo soldi. Però vorremmo essere ascoltati. Quando abbiamo presentato progetti da sviluppare con le scuole, col carcere, o con le case famiglia, non abbiamo mai avuto risposta. Eppure con il carcere, ad esempio, abbiamo maturato una discreta esperienza durante un progetto realizzato in collaborazione con l’istituto penale per minorenni Paternostro, di Catanzaro. Quel corso funzionò e i ragazzi lo accolsero bene. Il nostro Paese non è nuovo ad esperienze del genere. Anche il carcere di Torino avviò percorsi simili. Il direttore dell’istituto penitenziario piemontese notò che grazie alla boxe i detenuti erano molto più scarichi, più attenti e consapevoli del proprio corpo. Sappiamo bene che il carcere cancella la dimensione spazio tempo e prendere coscienza del proprio corpo, in un luogo che annulla il corpo stesso, è fondamentale».

Boxe popolare 3 - © Massimiliano Palumbo

Boxe popolare 3 – © Massimiliano Palumbo

«Noi facciamo fatti, qui dentro le idee si trasformano in vita concreta e non in chiacchiere». E non sono chiacchiere ma persone in carne ed ossa tutti quegli atleti che continuano ad allenarsi nonostante abbiano problemi a pagare la quota mensile. «Sfido a trovare palestre che consentono questo – dicono insieme Gianfranco e Nicola Rizzuti -. E’ un servizio importante per andare incontro a chi ha difficoltà». «A volte siamo noi a dover insistere nel dissuadere, chi non se lo può permettere, a non pagare la quota – racconta Rizzuti, uno degli altri allenatori della palestra -. Ricordo di un ragazzo in mobilità che quasi si offese nel sentirsi dire: visto che stai passando un momento di difficoltà puoi non pagare». «Di contro – sottolinea Gianfranco – ci sono state persone della Cosenza bene che ci hanno chiesto lo sconto o, addirittura, di non pagare». Ma i servizi offerti dalla palestra di via degli Stadi sono rivolti anche a chi soffre di problemi di salute. «A differenza di altre società sportive affiliate al Coni, che affermano di accogliere solo sulla carta, noi non escludiamo nessuno. Non puntiamo a sfornare campioni per avere un tornaconto economico. Da noi si sono allenate anche persone con seri problemi di salute. Non li abbiamo esclusi, ma per loro abbiamo studiato un allenamento ad hoc».

Per far fronte alle spese e per coprire le quote delle persone che non possono contribuire economicamente, «ci autogestiamo». «Organizziamo serate e cerchiamo di risparmiare su tutto. Domani, per esempio, dovrò dedicare parte della giornata a pulire la palestra insieme agli altri», racconta ancora Nicola.

Le persone che frequentano la Boxe popolare sono circa 150. Ma non tutte lo fanno allo stesso modo. C’è chi si allena con assiduità, ma c’è anche chi si allena ogni tanto o chi frequenta per lunghi periodi e poi si assenta per poi ritornare ancora. Persone che comunque hanno sempre un volto e non sono un numero per far soldi. C’è ad esempio il volto e il cuore di Carmen Baffi, 18 anni. «Fa pugilato già da un paio di anni. Ha avuto il coraggio di affrontare i pregiudizi che ruotano intorno a questa disciplina, a cominciare dai suoi compagni liceali a finire alla iniziale titubanza dei genitori con i quali oggi siamo in perfetta sintonia», dice Gianfranco. Oppure c’è Riccardo Bova. Ha un anno in meno di Carmen, ma al suo attivo ha già ha già 18 match di pugilato. E poi, ancora, ci sono Francesco Siciliano, Gaetanto Adduci e Marco De Simone. «Ci hanno dato molte soddisfazioni dal punto di vista agonistico. Hanno smesso di combattere, ma si sono così immedesimati in questo progetto tanto da farne ancora parte».

Boxe popolare 6 - © Massimiliano Palumbo

Boxe popolare 6 – © Massimiliano Palumbo

La palestra cosentina non è sola. Fa parte di una rete che si estende in tutto il Paese e allo stesso tempo vanta un primato. «Facciamo parte del Conasp, il coordinamento nazionale dello sport popolare. Ne facciamo parte e siamo stati anche promotori. In base all’atto costitutivo siamo tra le prime palestre popolari d’Italia. Ma il nostro progetto, nei fatti, è nato a luglio del 1998, quando il centro sociale Gramna ci accoglieva con un sacco sotto una lampadina». Al Conasp è legato il pugile Lenny Bottai, della palestra Spes Fortitude di Livorno. «E’ uno di quegli atleti che non fa mistero della propria appartenenza ai movimenti di contestazione della sinistra italiana». Lenny ha appena affrontato, a Las Vegas, lo statunitense Jermall Charlo, 24 anni di Houston. L’incontro era la semifinale mondiale del titolo Ibf versione Superwelter. Purtroppo Lenny è stato battuto alla terza ripresa, ma nell’ambiente è considerato lo stesso «campione del popolo». Non per niente è salito sul ring dell’MGM indossando una maglietta rossa contro la riforma del lavoro del governo Renzi. «No jobs act» era la scritta che il livornese portava fieramente sul petto. Bottai a gennaio sarà a Cosenza per tenere un stage di aggiornamento sul pugilato.

reportage pubblica su www.laprovinciadicosenza.it

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