Cosenza, la città che non c’è più

Parco fluviale - Massimiliano Palumbo

Parco fluviale – © Massimiliano Palumbo

TESTO E FOTO di Massimiliano Palumbo

«L’odore della pasta al forno proveniva dalla cesta in vimini, mentre mia madre provvedeva a sistemare il cibo su una grande tovaglia a quadri. In questo luogo venivamo a festeggiare la Pasqua. Decine di famiglie salivano in cima al colle portando con sé cibo e allegria. Durante l’anno, invece, le imponenti pareti dell’acquedotto servivano per nascondere i primi baci, lontano da professori e banchi di scuola». Mario racconta queste cose come se fossero accadute ieri. Invece di anni ne sono trascorsi molti, ben sessanta. Di collina Muoio non resta che il ricordo. Più di una generazione è passata da lì ed è facile coglierne il passaggio camminando lungo il quartiere.
Il viaggio per Cosenza comincia così dal colle delle gite pasquali e dei prati verdi, diventato poi il luogo dei palazzi da completare, delle strade groviera e dei preservativi usati. In realtà il primo passo di questo viaggio l’ho fatto dentro me stesso. L’esigenza era chiara: conoscere la mia città.
La prima tappa ha visto un accompagnatore d’eccezione: mio padre, Mario. Il nostro è un itinerario in solitudine, anche se i segni della presenza dell’uomo sono evidenti: case, auto parcheggiate, graffiti. Ma gli unici a passeggiare eravamo io e lui.

Acquedotto del Merone - Massimiliano Palumbo

Acquedotto del Merone – © Massimiliano Palumbo

Trascorrono un paio di giorni, decido così di visitare un altro luogo. Dalla cima del colle scendo fino alle rive del fiume Crati. Questa volta sono solo con la mia reflex. Destinazione Parco fluviale. Progetto ambizioso: la sua realizzazione avrebbe dovuto ridare vita ad una zona spenta. Buone intenzioni, risultato scadente. Reti di color arancione e cartelli sbiaditi stanno ad indicare lavori in corso, da sempre. Al Parco fluviale sono stato in due giorni diversi: la prima volta al mattino, cielo limpido e sole caldo. La seconda, invece, di pomeriggio. Il cielo era chiuso da grandi nuvoloni grigi. Lo spirito del luogo, però è sempre lo stesso e vive in qualche cane senza padrone e nelle poche auto in circolazione.
Passano alcune settimane, metto in ordine qualche pensiero sui luoghi da visitare e dalle rive del fiume risalgo poi fino al centro storico. In quei palazzi visse il filosofo Bernardino Telesio; in mezzo a quegli edifici i cosentini si radunano, ogni anno, per celebrare la loro protettrice, la Madonna del Pilerio. Il cammino non è agevole. Il centro storico fu costruito sulle pareti di un colle, per cui bisogna affrontare gradinate e ripide salite. Ma la fatica si affronta con piacere, nonostante il cielo nuvoloso che minaccia pioggia. E il piacere della scoperta, anche se si tratta solo di un quartiere della mia città.
E l’ora di pranzo e il profumo di sugo che proviene dalle finestre rende più gradevole la vista dei muri dall’intonaco disfatto. Così come il profumo del bucato appena steso fa compagnia tra i vicoli in cui non circola quasi nessuno, se non chi deve entrare o uscire da casa. Non servirebbe proseguire oltre per capire che le attività di Cosenza vecchia si fermano al corso principale, corso Telesio. Sono molti i luoghi di Cosenza simili a zone di transito. Lì, la presenza, paradossalmente è un’assenza: mancano le persone, manca la vita. Ma i segni del passaggio dell’uomo sono evidenti. Sono quartieri facili da raggiungere, basta una passeggiata. Qualcosa li accomuna: non si incontra nessuno. Eppure le tracce di nessuno sono lì, accanto al sacco di spazzatura lasciato per strada o dietro il vetro rotto di una finestra. Il cammino, quindi, è diventato viaggio. Un’esplorazione privata per cercare di conoscere il passato abbandonato. Un passato che, nonostante tutto, è ancora presente.

Portici - © Massimiliano Palumbo

Portici – © Massimiliano Palumbo

* Racconto pubblicato il 26 febbraio 2010 in occasione del Premio Passaggi. Ha raggiunto il terzo posto.

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